Dottor Jekyll & Mr.Bean


Intervista a Sean Bean


Attore attivissimo e quasi sempre in ruoli da nemico del protagonista: su tutti Boromir ne Il Signore degli Anelli, Alec Trevelyan in 007 Goldeneye, Sean Bean sembra dare una svolta alla sua carriera con North Country – La storia di Josey in cui – finalmente – interpreta non più un cattivo, ma un personaggio positivo al centro di una storia in cui gli uomini non fanno certo una bella figura. Nato a Sheffield in Gran Bretagna, Bean è tra i protagonisti del prossimo Silent Hill tratto dal famoso videogioco e diretto dal regista de Il patto dei lupi Christophe Gans.  


Dopo Flightplan lei è diventato – finalmente – buono sullo schermo: anche in questo film, nonostante una certa ambiguità, lei dà vita ad un personaggio positivo…
E' soprattutto un uomo che si è evoluto rispetto ai suoi concittadini. La sua natura sensibile e compassionevole ha fatto sì che non cedesse al ricatto collettivo dell'intera comunità e si comportasse secondo la sua coscienza. Credo che North Country, per me rappresenti un'ottima opportunità per rompere la catena che mi circonda e tentare di mostrare un altro aspetto della mia recitazione. In più era interessante esplorare una storia vera in cui le donne sono diventate vittima di una catena di molestie e vergogne perpetrate a loro danno dai colleghi minatori maschi.


Le ha lavorato nella fabbrica di suo padre prima di fare l'attore. Questo film l'ha riportata indietro?
In un certo senso sì. Sheffield era una città che basava quasi tutta la sua economia sulla lavorazione dell'acciaio. Mio padre era un tornitore e così – dopo la scuola nei primi anni Settanta – andavo sempre a trovarlo e a lavorare un po' con lui per imparare il mestiere. Era un ambiente maschile: non c'erano donne e quando una passava per strada partivano fischi e saluti come se non ne avessero mai vista un'altra prima...ma era una così innocente. Quando sono andato in Minnesota per il film ho riconosciuto molte tracce di quei comportamenti che ho conosciuto durante la mia gioventù.


La differenza è che – adesso – ci sono anche delle donne…
Esattamente. Qualcosa che trenta anni fa sarebbe stato impensabile in Gran Bretagna. Ovviamente non perché fosse sbagliato, ma semplicemente perché nessuno avrebbe mai previsto che le donne sarebbero state in grado di riuscire a fare lavori prettamente maschili anche meglio degli uomini.


North Country è – quindi – anche sotto il profilo storico sociale molto interessante…
In un certo senso, per quanto drammatica, è la storia di un'innovazione culturale. E – si sa – le persone hanno paura di trasformazioni e cambiamenti. Tutto questo, poi, in una zona industriale molto aspra e fredda. Eppure, nonostante alcuni di loro abbiano commesso degli atti molto gravi ho molto rispetto sul piano umano per le persone che abitano in quelle terre. Sanno cosa sia la sopravvivenza e – soprattutto – sono dotate di un grande senso dell'umorismo.  C'è un grande calore lì, simile a quello della città dove sono nato.


Cosa pensa delle discriminazioni?
La cosa che mi ha più inquietato è il cinismo di chi faceva finta di proteggere le donne da un lato, mentre – dall'altro – incoraggiava le molestie e il clima di ostilità. Sono comportamenti vergognosi, ma sarebbe sbagliato limitarli soltanto ad un certo tipo di lavori. Questo tipo di situazioni si verificano anche nel nostro mondo. Sono cose che succedono anche a Hollywood, soltanto che lì sono molto più striscianti e volutamente nascoste. Sottili e sotto la facciata…


Quando coraggio ci vuole per 'rompere' il silenzio?
Molto. E dipende tutto da quanto sei motivato. Certo se stai zitto hai una vita più semplice, ma la forza del film sta proprio in questo. Nell'arrivare ad un punto in cui si mostra come tutto diventi inaccettabile e la situazione si deteriori rapidamente. La scena più drammatica del film è quella in cui le donne testimoniano non a favore della collega, ma contro di lei. Questo dà il senso di un dramma più profondo e intenso di quello che possa apparire a prima vista, in cui la vittima – per paura e disperazione – difende il carnefice…è un po' la rappresentazione della drammatica banalità del male.

 

fonte: primissima